LA MEMORIA PER I MILITARI ITALIANI INTERNATI

Il 27 gennaio ricorre ogni anno il giorno della memoria. La memoria della Shoha, degli eccidi compiuti nei campi di sterminio e nei campi di prigionia disseminati in mezza Europa dal 1943 al 1945.
Seimilioni di Ebrei, 600mila zingari, 20mila Testimoni di Geova, altrettanti omosessuali e i quasi centomila disabili o malati di malattie genetiche o malformazioni.
Di tanti morti: 41milioni complessivamente nella seconda guerra mondiale, occorre mantenere la memoria anche degli I.M.I., gli internati militari italiani e dei tanti episodi che nel ’43 segnarono episodi di tragico eroismo.
Uno di questi avvenne a Cefalonia.
Con l’armistizio di Cassibile del tre settembre 1943, ma reso pubblico solo l’8, Ottocentodiecimila militari italiani sui vari fronti di guerra, furono posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati nei campi di detenzione in Germania..
In quei tragici giorni, in cui gli eventi si susseguirono nella confusione, furono molti i gesti di rifiuto alle imposizioni dei comandi tedeschi. Uno dei più illustri e significativi della resistenza opposta dalle truppe italiane avvenne nell’isola greca di Cefalonia.

Nell’isola ionia erano presenti la 33^ Divisione Acqui, alcune compagnie di Carabinieri e reparti del primo Battaglione Finanzieri, oltre ai marinai che presidiavano le batterie costiere, per un totale di circa 12.000 uomini.
Nella confusione che seguì all’annuncio dell’armistizio per radio, i comandi della Divisione Acqui si trovarono senza ordini specifici.
Il 9 settembre dal Comando Supremo del re, fuggito a Brindisi, venne comunicato al Generale Antonio Gandin, comandante della Acqui, di resistere all’intimidazione tedesca di deporre le armi. Nella serata dello stesso giorno, dal comando dell’undicesima armata delle forze italo-tedesche di Atene giunse un secondo comunicato del generale Carlo Vecchiarelli, palesemente in contrasto con quanto annunciato dal Governo Badoglio; a Gandin, come agli altri comandanti di divisione, infatti, fu dato l’ordine di cedere le armi e di trasferire il controllo del territorio ai reparti tedeschi.
Ma i nostri soldati a Cefalonia decisero di opporsi alla resa e alla consegna delle armi. Di fronte al rifiuto il comando tedesco presentò un ultimatum in nove punti a firma del tenente colonnello Hand Barge, in cui si imponeva il disarmo totale della Divisione con la consegna incondizionata delle armi nella piazza centrale di Argostòli, capoluogo dell’isola, entro il 12 settembre alle ore 18, minacciando un intervento “senza riguardo” in caso di sabotaggi o violenze contro i tedeschi.
Le nostre truppe furono però ferme; venute a conoscenza delle condizioni di resa comunicarono al generale Gandin il loro rifiuto a deporre le armi. Di conseguenza prepararono un piano di azione contro i tedeschi, designando gli obiettivi e cercando accordi con i partigiani greci che operavano nella zona.
Nella giornata dell’11 giunse al comando italiano un radiomessaggio del generale Francesco Rossi, collaboratore del capo di stato maggiore dell’esercito italiano a Brindisi, generale Vittorio Ambrosio, in cui si ordinava di “Considerare le truppe tedesche nemiche”.
Trascorsero alcuni giorni nell’incertezza, mentre la tensione tra i nostri soldati e i militari tedeschi saliva.
Il 22 settembre il generale Gandin decise di convocare un nuovo Consiglio di Guerra con i suoi ufficiali nel quale, di fronte all’impossibilità di potere resistere a oltranza ai tedeschi e nella speranza di salvare le truppe, si decise la resa. La tovaglia bianca sulla quale i comandanti mangiavano tutte le sere venne issata sul balcone del comando.
Ma Hitler aveva già ordinato che i soldati italiani fossero considerati traditori e fucilati.
Alcuni soldati furono immediatamente posti di fronte al plotone d’esecuzione; i militari tedeschi che cercarono di opporsi furono dissuasi con la minaccia di essere fucilati a loro volta.
I rastrellamenti e le fucilazioni andarono avanti per tutto il giorno seguente e si fermarono solo il 28 settembre. La mattina del 24 lo stesso generale Gandin fu messo a morte con 129 ufficiali. Sette di loro, sebbene ricoverati in ospedale, subirono la stessa sorte il giorno dopo.
Compiuto l’eccidio, i tedeschi cercarono di cancellare le prove: pochi corpi furono sepolti, la maggior parte delle salme furono bruciate e i resti gettati in mare. I rari superstiti furono caricati su navi destinate ai campi di lavoro in Germania e in Polonia.
L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia quantifica le perdite complessive dei soldati operanti a Cefalonia in 390 ufficiali e 9.500 uomini di truppa. Queste cifre comprendono anche i 17 marinai fucilati dopo che fu loro ordinato di seppellire i corpi dei loro commilitoni.
Il sacrificio dei nostri soldati a Cefalonia è il primo episodio di resistenza ai tedeschi, come volle sottolineare l’emerito Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi n un discorso tenuto a Piombino nel 2000 e nel marzo del 2001, recandosi nei luoghi dell’eccidio. Dopo qualche mese dai tragici fatti di Cefalonia anche in Italia le forze della Resistenza si organizzarono per combattere i nazi-fascisti.
Degli oltre 800 mila soldati catturati dai tedeschi dopo l’armistizio, solo il 10 per cento accettò l’arruolamento per proseguire la guerra a fianco delle forze della Repubblica Sociale italiana. Oltre 600mila furono internati nei campi di lavoro senza che a loro venissero riconosciute le garanzie previste per i prigionieri di guerra dalla Convenzione di Ginevra.
Dall’autunno del 1944 alla fine del conflitto, furono considerati “lavoratori civili”, pertanto sottoposti a lavori pesanti senza godere delle tutele della Croce Rossa.
Dai 30mila ai 50mila internati morirono nei campi, gli altri riuscirono a tornare in patria alla fine del conflitto, dopo inenarrabili sofferenze e peripezie.

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Informazioni su letteratura e musica

Dario Balzaretti è Laureato in Lettere. Studioso di Storia di Roma e del Medioevo. E’ stato segnalato in numerosi premi letterari, tra cui il Premio Bontempelli Marinetti (1984) con il racconto “Il ganzo e il gonzo” Il Premio poesia Val Formazza 1988, secondo premio con la poesia "La sera" Il Premio Dante Graziosi (2004 segnalato con il racconto Il torello di San Antonio pubblicato in "Sono queste che contano e altre storie" Piccolo Torchio editore e 2008 terzo premio con Il compagno senza voce pubblicato in "L'America del Pilade e altre storie") Nel 1991 ha pubblicato il romanzo “La pietra di Bezoar”. “Una storia” nel 2010. Uno zuccone imperatore, Eretica Edizioni, Delitto a scuola Edizioni Nulladie nel 2016.

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